La terra che oggi i cercatori d’oro squarciano alla ricerca del metallo più prezioso era un tempo ricoperta da una foresta lussureggiante. Nei villaggi di Tumbang Tariak e Tumbang Miwan, sull’isola indonesiana del Borneo, sono in molti a sfidare la legge – l’estrazione dell’oro è considerata un’attività illegale – e la propria salute. La normativa amministrativa è stata piegata, permettendo la corruzione dei funzionari pubblici che chiudono un occhio su ciò che dovrebbero controllare. La ricerca di un piccolo Eldorado personale è l’obiettivo di molte famiglie, e anche dei bambini: bastano pochi anni di duro lavoro per guadagnare quanto basta per lasciare questo luogo desolato, pieno di fango e veleni, comprare una casa in città e iniziare una nuova vita. I minatori informali, uomini, donne e bambini, non dispongono di tecnologie sofisticate e utilizzano il mercurio per estrarre l’oro, mescolando il minerale contenente oro con l’acqua, per formare un’amalgama. Subito dopo, il composto viene riscaldato per far evaporare il mercurio, mentre l’acqua contaminata viene scaricata nel fiume Kahayan, che attraversa i villaggi circostanti. Non ci sono più alberi, da tempo sradicati per scavare senza pietà una terra ormai trasformata in una palude permanente, causata dal getto delle pompe d’acqua che i minatori usano per portare in superficie tutti i detriti. Ed è proprio questa la fase più delicata e rischiosa del processo di estrazione.

Il reportage “L’estrazione artigianale dell’oro” fa parte di un progetto più ampio denominato “La sopravvivenza dei bambini in un clima che cambia” di Luca Catalano Gonzaga. Il progetto è realizzato da Witness Image e sostenuto finanziariamente dalla Fondazione Nando ed Elsa Peretti.

https://www.washingtonpost.com/news/in-sight/wp/2015/03/09/to-find-their-own-el-dorado-indonesian-gold-miners-risk-mercury-exposure-mud-slides/